PERCHE’ QUESTO BLOG?!

PUNTO INTERROGATIVO

Perché un blog?

In questi giorni ho avuto necessità di riflettere sul senso del mio essere qui.
L’input è scattato quando un blogger mi ha chiesto se non mi infastidiva rispondere ad alcune domande che desiderava farmi. Le ha chiamate “curiosità”, ma l’estrema delicatezza con cui le ha presentate mi ha dato l’opportunità di parlare con lui apertamente di me e della necessità che mi ha indotta a decidere di aprire un blog. Parlarne ha suscitato tante nuove emozioni, e riflessioni.

Perché sono qui?
Ho avuto bisogno di rifletterci, mi sono sentita inadeguata e fuori luogo. L’intento con cui il blog è nato era quello di creare una finestra a cui potesse accedere chi, come me, stava vivendo un momento di disagio, di incapacità di accettazione. Ma poi, come nella vita reale, la strada che si è delineata è stata diversa da quella che avevo immaginato.
Mi sono chiesta se effettivamente avesse un senso continuare.
Ho avvertito nelle risposte che avevo dato la rabbia che pensavo di aver superato e che ancora non mi consente di riuscire a giocare con me stessa, con la nuova me, come vorrei essere in grado di fare. Ma forse sono troppo severa nei miei confronti, credo ci voglia del tempo per adeguarmi con leggerezza ad una situazione inaspettata e non propriamente piacevole. Rileggendo quello che avevo scritto mi ha anche permesso di individuare una carica di ironia che mi appartiene e che in alcuni momenti mi consente di sorridere di fronte a episodi e gaffe involontarie.

Ho messo giù questi pensieri perché nel frattempo sono sparita e vorrei rassicurare chi mi ha scritto, e spero lo sappia senza dover leggere questo post, che parlare con lui mi ha fatto bene. Vorrei inoltre ringraziare Nuvola per avermi citata con un premio, un gioco che permette di segnalare i blogger di recente acquisizione. Ma la mia presenza discontinua mi fa dire con estrema sincerità che mi sembra una citazione immeritata. In ogni caso grazie, mi ha fatto piacere.

Se tornassi indietro e mi chiedessero “Cosa vuoi fare da grande?” risponderei senza esitazione “Il clown”. Mi piace la sua capacità mimica, l’espressività del corpo e del volto, l’arte di camuffarsi con abiti deformi e colorati, le parrucche pazze (che nel mio caso andrebbero a cecio, come se dice a Roma) e quell’ironia un po’ cattiva che però scatena sempre una risata. Ma forse non è necessario arrivare a tanto; magari se riuscissi a liberare l’ironia nel raccontarmi, potrei imparare a giocare lo stesso… magari giocherei anche un po’ di più con la mia immagine e allenterei la tensione…  e magari non avrei rinunciato al trekking di domani per il troppo vento: non sono poi così clown da rincorrere la parrucca lungo il sentiero nel caso voli via.

Buona serata.

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EIN FALL FÜR HARRY

DERRICK

La nostra vita è costellata di incontri con angeli inconsapevoli, che bussano alla nostra porta proprio nel momento in cui ne abbiamo un disperato bisogno, e forse in quel momento, neanche noi sappiamo quanto il bisogno della loro presenza sia grande.
Probabilmente loro non sapranno mai quale aiuto hanno apportato, che significato abbiano avuto nella nostra vita.
Così una piovosa mattina di agosto alla mia porta si è presentato lui, Harry Klein, il fedele assistente dell’ispettore Derrick, uscito da una puntata degli anni 70.
Il tassista che avevo chiamato per raggiungere la città più vicina per prendere un treno che ci riportasse in Italia, l’Harry Klein di una minuscola cittadina dell’entroterra austriaco, sarebbe stato il mio angelo. Entrambi inconsapevoli dell’importanza che avrebbe assunto.
Lui, probabilmente, quando aveva ricevuto la chiamata l’aveva considerata una benedizione per svoltare una domenica uggiosa, che a conti fatti gli avrebbe fruttato un guadagno inaspettato, considerando il numero dei chilometri da percorrere, la sovra tassa domenicale e il supplemento bagagli.
Quando ho aperto la porta non devo aver fatto una grande impressione.
I vestiti che indossavo erano del giorno prima, sporchi e anche maleodoranti, visto che la notte avevo dormito con quelli indosso. La faccia tesa ed emaciata non era un bel vedere e quel collare a sorreggere il collo!
Mentre aspettavo che arrivasse mi chiedevo se almeno lui conoscesse qualche parola di inglese o francese.
Ma ahimè, anche lui parlava solo in tedesco. Almeno in questo l’Austria è molto più vicina a noi di quanto si possa immaginare.
Già il giorno prima, in ospedale, avevo capito che dovevo rispolverare dalla memoria qualche parola in più di quelle del mio scarso vocabolario.
Era necessario che gli riuscissi a raccontare sommariamente cosa fosse accaduto 24 ore prima, che l’esigenza non era solo quella di essere accompagnati in un’altra città, ma di svolgere prima alcune operazioni, scomode, ma necessarie. Per esempio andare al deposito dove il carro attrezzi aveva portato la macchina dopo l’incidente, svolgere alcune pratiche amministrative per la rottamazione e recuperare i bagagli.
Tutto ciò in tempi brevissimi, dato che ero stata dimessa dall’ospedale solo mezz’ora prima, che era domenica e che il deposito avrebbe chiuso di lì a poco.
L’indirizzo era stato accuratamente scritto su un foglietto che gli ho teso, sperando avesse compreso quello che avevo raccontato in un tedesco sgrammaticato, che credo, neanche Lillo e Greg nella migliore interpretazione sarebbero riusciti a rendere così comico.
Lui non solo aveva capito quasi tutto, ma era visibilmente partecipe.
In macchina durante il tragitto fino al deposito fece un sacco di domande. Voleva conoscere la dinamica dell’incidente, come stavamo, si preoccupava che io non ce la facessi nella mia condizione ad affrontare un viaggio in treno, chiedeva se qualcuno sarebbe venuto a prenderci. Non so in effetti cosa io abbia raccontato. Più che parole, avevo l’impressione che mi uscissero dei suoni disarticolati. Eppure lui capiva, o comunque ce la metteva tutta per capire, comprendeva il mio sforzo, la mia emozione nel raccontare, la tensione che tentavo di tenere a bada per avere la calma e la lucidità nel portare a termine un’operazione che avrei volentieri affidato a qualcun altro.
Arrivati all’autofficina pioveva e noi ovviamente eravamo sprovvisti di ombrello. L’unico bagaglio era il mio zainetto, contenente poche cose recuperate prima di essere trasportati in ospedale e la cartella clinica, con il risultato delle lastre, della tac e il certificato di dimissione dall’ospedale che il medico mi aveva fatto firmare facendomi capire che solo il mio consenso e l’urgenza di voler tornare a casa percepita nelle mie parole,  gli permettevano di sollevarsi dalla coscienza una decisione un po’ azzardata.
Il braccio destro di Derrick a quel punto avrebbe dovuto solo attendere in macchina: una volta terminata la pratica ci avrebbe accompagnati in albergo e lì avremmo cercato di dare un senso a quello che effettivamente avremmo potuto fare.
Ma lui premurosamente è sceso, ha raccolto degli ombrelli dal bagagliaio e ci ha accompagnati all’interno.
Nessuno parlava inglese, anzi l’idioma che usciva dalle loro bocche mi risultava ancora più ostico, se possibile, e incomprensibile. Ero in preda all’ansia, al panico, alla tensione che accompagnava quel momento. Lui se ne è accorto e con delicatezza, toccandomi un braccio mi ha detto di parlare con lui, di porre a lui le domande. E da quel momento si è messa in atto la situazione più paradossale della mia vita. Io mi rivolgevo a lui nel mio tedesco sgrammaticato e lui traduceva in tedesco all’addetto. Aspettava la risposta e poi si rivolgeva a me  in tedesco riportandomi la richiesta di compilare formulari, di produrre i documenti, di andare a vedere la macchina prima di firmare per la rottamazione.
Poi ha recuperato gli ombrelli e ci ha sospinti delicatamente nel rimessaggio.  Era la prima volta che guardavo la macchina dopo l’incidente e che potevo prendere consapevolezza di quanto fortunati fossimo stati. Ci ha aiutati a prendere i bagagli, a decidere cosa recuperare e cosa no. Ha staccato le targhe, ha ispezionato la macchina con la medesima attenzione con la quale avrebbe ispezionato quella di un suo familiare. Ha capito il momento di commozione, ci ha detto parole di conforto, ci ha accarezzati con lo sguardo. Ha caricato sul taxi i bagagli e ci ha condotti in albergo. La tariffa del percorso che abbiamo pagato equivaleva a quella che ci avrebbe chiesto un tassista romano per condurci dalla stazione a casa. Nessun supplemento, neanche quello dovuto al tempo trascorso con noi.
Ci ha stretto la mano, ci ha fatto gli auguri, è risalito sul suo taxi e non so se col tempo si sia dato del cretino per non aver sfruttato la situazione a suo favore.
Certo è che ancora oggi penso di essere stata l’unica persona ad avere avuto un interprete dal tedesco al tedesco e pensandoci rido a crepapelle.
Carissimo Harry Klein, angelo inconsapevole di uno dei momenti più difficili della mia vita, non ricorderò certo quel tuo giubbotto di pelle nera un po’ fuori moda, quel tuo cappello così sfacciatamente copiato a Derrick. Ricorderò la tua delicatezza, la tua disponibilità e la tua generosità per esserti messo al mio servizio proprio nel momento in cui ne avevo bisogno e la mente cominciava a vacillare dopo tutta la tensione che aveva accompagnato quel tragico episodio che avevo solo necessità di dimenticare.

 

 

 

 

 

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UNA FOTO PUO’

Una foto può.
Può, in un unico scatto, cogliere bellezza e orrore.
Può graffiare il cuore più di tante parole. Può esprimere rabbia, dissenso, disperazione, dolore ma anche amore. Può sbatterci in faccia impietosamente un’immagine senza che si abbia il tempo di voltare lo sguardo. Può esaltare dettagli apparentemente insignificanti. Può dare voce a chi non ce l’ha. Può dare colore ad un mondo in bianco e nero o sfumare i colori di un mondo che ormai li ha perduti. Può frugare nell’intimità di un volto, uno sguardo, un gesto, un movimento.
Può scavare in profondità, nell’anima di chi guarda l’obiettivo.
Tutto ciò pensavo stamattina, guardando questa foto.
Pensavo a quando il fotografo ha premuto il tasto ed un impercettibile click ha colto l’immagine, un frammento infinitesimale di questo mondo, non lasciando spazio al silenzio, ma lanciando un grido, feroce.

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(Rescue Operation, Massimo Sestini (Tra la Sicilia e Malta)

 

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#ioleggoperché

Non mi ritengo un lettore timido, ma devo superare la timidezza. Spero l’invasione in rete di questa iniziativa non si fermi qui ma continui

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DA NORMAN ROCKWELL A PAZ

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Qualche giorno fa sono andata a vedere la mostra di Norman Rockwell e mentre guardavo le copertine del The Saturday Evening Post da lui disegnate, si è affacciato prepotente un ricordo che mi ha riportata all’infanzia. Mia nonna riponeva gelosamente nel cassetto della credenza in cucina una rivista, che usciva settimanalmente. Era “Grand Hotel”. Lungi da me voler paragonare stilisticamente il genio di Rockwell con i più modesti illustratori italiani di Grand Hotel (anche se mi permetto di citare Walter Molino), ma a volte ti accorgi come nei meandri della mente ricordi ormai fascicolati e riposti, riemergono trascinando con sè tante altre immagini che pensavi dimenticate.

Così mi ritrovo seduta in cucina, intenta a sfogliare la rivista di cui guardo le immagini colorate che scorrono sotto i miei occhi, mentre addento la merenda che mia nonna ha preparato e che io trovo la migliore prelibatezza del mondo, una fetta di pane casareccio con olio. A volte era sostituita da una frittella spolverata di zucchero o, nella sua versione povera, una fetta di pane bagnato e zucchero. Queste nei miei ricordi sono le merende migliori, quelle che mi piaceva sbonconcellare, mentre guardavo mia nonna stirare o dedicarsi alla cucina e che associo ai rumori provenienti dal cortile. Il rumore dello scorrere dei fili tesi da balcone a balcone su cui venivano stesi i panni, le voci provenienti dagli altri appartamenti, i saluti da finestra a finestra.  Ricordo anche che mia nonna mi concedeva di giocare con due scatole, che contenevano tesori per me preziosissimi. Una era la scatola dei bottoni, nel mio immaginario piena di pietre preziose, sete raffinate, scampoli di stoffe damascate adatte a creare abiti sontuosi e principeschi per le mie bambole. Ora a voler fare psicologia spicciola si potrebbero dare varie interpretazioni sulla mia passione, che ho tutt’oggi, nei riguardi dei bottoni. Ma premetto che ho una passione smodata per tutto ciò che è futile ed effimero. Ai miei occhi assume un valore inusitato anche un semplice sasso colorato, che poi a mio dire definirlo semplice è un’offesa. Comunque, se questo può dar seguito a suggestive interpretazioni freudiane, parlandovi dell’altra scatola scatenerò ancor di più la necessità interpretativa delle mie “insane” passioni infantili. La seconda scatola conteneva centinaia di santini. Si, proprio quelli, le immaginette sacre di santi e madonne. Mia nonna era un mito. Ne aveva centinaia, non equiparabili a nessun album della Panini. Li trovavo meravigliosi. Avete idea di quante chiese ci siano a Roma? Ebbene all’epoca credo ci fosse una sorta di competizione su quella che riuscisse a fornirne di più belli, più ricchi e colorati, sontuosi nelle immagini e nelle dimensioni. Lei era una gran collezionista! A quale di quei santi si rivolgesse poi, non so davvero. Se ne avesse uno preferito non ricordo. Io ogni volta li schieravo in enormi file lungo il corridoio e decidevo di dedicare il mio ardore settimanale a quello che a mio parere meritava la mia attenzione perché il più bello. Tutto ciò non ha aiutato la mia vocazione religiosa, anzi, credo che abbia generato una certa confusione. Alla fine questa curiosità per i colori e le immagini ha sviluppato una insana passione per i fumetti e con il tempo mi sono trovata ad apprezzare ben altri illustratori.
Il mio devoto ricordo va sempre a Paz.

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IL TRUCCO, UN RITUALE IRRINUNCIABILE

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Sorseggiando il mio cappuccino guardavo affascinata le operazioni del suo rituale mattutino. La cura con cui spalmava la crema sul viso, il tratto con cui disegnava gli occhi e la sicurezza con cui dipingeva le labbra, noncurante di chi le stava attorno e si avvicendava al banco per consumare la colazione. Nell’angolo più estremo, con il beauty-case aperto, lo specchio in cui rifletteva la propria immagine, appariva leggermente infastidita da chi tentava di farsi spazio per ricevere attenzione dal barista e la costringeva ad interrompere un’operazione così complicata, richiedente una particolare concentrazione. Entrando nel bar, se non fosse stata per l’ora e il luogo, potevi supporre che si stesse tenendo una lezione dimostrativa  di una casa produttrice di cosmetici, ma era talmente paradossale, che immediatamente cancellavi l’ipotesi e ti concentravi su di lei. Una donna non giovanissima, con una fascia sulla testa che le teneva indietro i capelli e le scopriva la fronte, intenta con attenzione a truccarsi, come fosse nel bagno di casa sua e si stesse preparando ad uscire.

Non potevo fare a meno di osservarla, compiaciuta della sua capacità di non sentirsi assolutamente fuori luogo, impassibile agli sguardi curiosi e ai commenti dei clienti.
Questa estate il bar ha chiuso per alcuni mesi; necessitava di un restauro. Ciò ha creato squilibri inimmaginabili tra gli avventori, che per giorni hanno continuato a chiedersi come sarebbero sopravvissuti. Un senso di rassegnazione e sconcerto serpeggiava fra coloro che avvertivano pesantemente l’interrompersi di un rituale seguito per anni. Venivano privati della certezza di poter consumare il rito mattutino nel luogo che li aveva accolti per anni. Tale notizia era paragonabile solo a quella di un imminente trasferimento della sede di lavoro in un luogo più sfigato di quello che erano costretti a raggiungere tutte le mattine. Soprattutto i primi giorni li vedevi aggirarsi lungo il marciapiede con lo sguardo perso, privi del necessario coraggio per attraversare la strada e avventurarsi verso luoghi ignoti e sicuramente pieni di pericoli.
L’unica persona che ha dimostrato una notevole capacità di adattamento è stata proprio lei.
Una mattina sono uscita dalla metro e l’ho trovata lì, con il beauty-case appoggiato sul dispenser dei giornali, una coperta stesa in terra sulla quale aveva collocato un thermos una tazza e un pacco di biscotti, indifferente agli sguardi sorpresi e curiosi, incurante dei rumori, il cattivo odore, la sporcizia. Tutt’oggi, nonostante il bar abbia riaperto, lei continua ad usufruire dello spazio nel corridoio nella metro. Io passo e la spio, mentre con mano certa, alla luce soffusa della stazione, esegue il tratteggio delle palpebre, delle labbra, sorseggia la bevanda fumante dalla tazza e ci inzuppa un biscotto. Non posso farci nulla, sono rapita dalla sua immagine.
Per preservare la privacy della signora non menzionerò la stazione della metro, cosi come la navetta aziendale che l’accoglie a operazione conclusa.

 

 

 

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REGA’ E’ ARRIVATO…

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La mattina quando scendo per prendere la metro, loro sono già lì vicino ai tornelli, in attesa, che guardano insistentemente l’orologio con quell’aria scoglionata che pare dire “anche oggi in ritardo”.

All’inizio passavo velocemente, leggermente infastidita che stessero proprio là, ad ostruire il passaggio. Un gruppo di ultra settantenni che ancor prima delle 7 è in attesa, come fuori dall’ufficio postale prima dell’apertura, incuranti del freddo, del cattivo tempo, del buio, che d’inverno si attarda anche a quell’ora.
Tutto ciò mi ha anche incuriosita. Chi aspettavano? Stralci di conversazione facevano giungere alle mie orecchie frasi del tipo “Non si vede ancora”, “oggi è in ritardo”, “avrà cambiato giro …”. Ma chi? L’amico con cui si davano appuntamento per prendere il primo caffè mattutino? Un figlio che doveva accompagnarli ad una visita? Ma che senso aveva quest’aria complice, d’intesa tra loro,  come fossero gli unici ad essere a conoscenza di chi realmente sarebbe sopraggiunto ad insaputa degli ignari viaggiatori, che già a quell’ora si affannavano a scendere le scale?
Alcuni di loro, rassegnati, guardavano con sguardi vuoti la piantina della città appesa alla parete, altri osservavano le persone che passavano ai tornelli, ma con un’aria distratta e una evidente ansia nel valutare se fosse il caso di preoccuparsi o meno di quell’insensato ritardo.

Tutto ciò fino a qualche mattina fa, quando la “vedetta” è scesa velocemente dalle scale, come solo un settantenne sa fare, annunciando “Regà (regà?!!) è arrivato!”.
Ho rallentato il passo, dovevo assolutamente venire a capo del mistero.
Lungo le scale il rumore delle ruote di un carrello pesante che scendeva e alla fine è apparso lui! L’omino che trascinava il carrello dei giornalini gratuiti!! Non ci potevo credere! A malapena è riuscito a recidere la linguetta di plastica che avvolgeva il pacco e già ansiose mani nodose si protendevano verso l’oggetto così a lungo atteso e così desiderato che in pochissimo tempo hanno fatto man bassa del primo mucchio di giornali, prima ancora che venisse disposto sugli espositori. Ognuno di loro ne agguantava 10, 20 a volta, armato di busta di plastica, con la faccia felice e soddisfatta, nascondendo il bottino e guardando compiaciuto il vicino più timido che ancora non aveva ottenuto nulla.
Ho sceso le scale della metro molto perplessa. Che cavolo se ne fanno dei vecchietti di un mucchio di squallidi giornalini? Non uno o due, ma dieci, venti, trenta giornalini cadauno.
Li portano a casa? Li distribuiscono in famiglia? Leggono la prima pagina da una copia, la seconda pagina da un’altra, l’oroscopo dall’ultima copia e i programmi televisivi dalla penultima? Leggono le copie sgualciendole con soddisfazione, tanto chissenefrega ne hanno un’altra da leggere?
Mi sembrava così paradossale. Poi riflettendo ho capito che probabilmente per loro è una missione da compiere. Sfidano il freddo, il maltempo e il buio per avere la soddisfazione di portare il loro bottino al portiere del condominio e lasciare le copie per i condomini a cui sicuramente il portiere dirà “Buongiorno, vuole un giornalino l’ha portato il Sig. Mario, il ragioniere in pensione, quello del secondo piano”. Oppure al bar, dove il barista l’attende con il caffè già pronto, nel bicchiere di vetro. O al negozio di alimentari  dove si ferma a comperare il pane prima di far ritorno a casa.
Sono sicura del compiacimento quando vengono ringraziati per l’opera di bene che tutte le mattine svolgono  e che, probabilmente, dà un senso alla loro giornata.
Immagineranno di essere citati tutte le volte che qualcuno prenderà una copia del giornalino come “il signore tanto gentile che la mattina prima di venire si ricorda di passare a prendere i giornali per noi”.
Mi è venuto da ridere e arrivata al lavoro ho suggerito ad una collega in procinto di andare in pensione di prodigarsi anche lei prossimamente nello stesso modo. Passare la mattina presto, ma molto presto (altrimenti gli altri scaltri vecchietti la fregano sul tempo) alla prima stazione della metro, fare il suo bel carico di giornali e poi venire da noi e distribuirli nelle stanze. Se però avesse gradito una citazione di merito, sarebbe dovuta passare anche in pasticceria a comperare dei cornetti e per me un bel maritozzo con la panna.
Ometto le parole che hanno accompagnato il suo disappunto per la mia idea, che non mi sembrava così male, anche se scopiazzata ai vecchietti.

 

 

 

 

 

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GIORNO DELLA MEMORIA – PER NON DIMENTICARE MAI

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Mio nonno era sopravvissuto ai campi di lavoro in Germania, rientrato in Italia quando ormai tutti pensavano fosse morto e nessuno sapeva quale fosse stato il suo destino.
Aveva una fame atavica e lo sguardo carico di pensieri. Era sopravvissuto a qualcosa che non riusciva a dimenticare, ma che non voleva raccontare. L’unica cosa che raccontava a noi nipoti, giustificando il suo appetito, era che quando arrivarono gli americani, trovò un sacco di patate che mangiò crude e ciò non fece che peggiorare il suo fisico, debilitato dalle privazioni.

All’epoca non capii l’importanza di farmi carico dei suoi ricordi, certa che la memoria venisse preservata senza dover sottoporre lui all’ulteriore tortura di dover raccontare ciò che faticosamente ha sempre cercato di dimenticare. Oggi ho la certezza che si abbia l’obbligo morale di raccogliere le testimonianze di chi è sopravvissuto a tali atrocità, perché non si dimentichi mai.
Solo quando ormai era molto anziano dalle sue labbra uscivano parole smozzicate, che ringoiava con reticenza e umiltà, quali “bambini, fame, umiliazione, freddo, sputi, morti …”.
So che la reticenza nell’esprimere il dolore era dovuta al fatto che lui era sopravvissuto e tanti altri no.
Quando, malato di Alzheimer, la sua mente ha cominciato a vacillare, sono cadute le barriere che si era così lungamente imposto. I filtri alla sofferenza  sono venuti meno e gli episodi vissuti sono ripiombati nella sua mente nitidi e reali.

Così una notte è fuggito dalla sua casa in Umbria, in pigiama. Quando mio padre e mia madre hanno avuto la percezione nel sonno che qualcosa fosse accaduto, hanno trovato il suo letto vuoto e hanno iniziato a cercarlo. Dopo qualche ora, quando ormai la ricerca era risultata vana, si sono diretti alla stazione dei carabinieri per denunciarne la scomparsa e lì hanno trovato mio nonno, avvolto in un plaid con una tazza fumante in mano. Graffi in volto e sulle braccia.

Aveva raccontato di essere fuggito dal campo, nel buio e con la paura che le guardie potessero inseguirlo. Si era gettato tra i rovi del bosco, scivolando lungo la scarpata, con il cuore in gola, la paura dei latrati dei cani, non sapendo bene dove andare, ma con la sola convinzione di dover fuggire il più lontano possibile da quell’inferno che si era lasciato alle spalle. Aveva perso l’orientamento, aveva freddo, ma al freddo c’era abituato. Fino a quando non aveva visto l’insegna dei carabinieri e la bandiera italiana e aveva deciso di essere finalmente arrivato a destinazione e lì aveva chiesto ricovero.
A volte confondeva le persone e nella testa riemergevano volti che aveva voluto dimenticare, con tanta determinazione, con l’istinto di sopravvivenza, per continuare a vivere nonostante il peso che aveva sul cuore.

Oggi è il giorno della memoria e io Arturo ti ricordo.

 

 

 

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UNA PARTITA DI PALLAVOLO

PALLAVOLO

Da quando è iniziato il campionato almeno una volta alla settimana, se non due, attraversiamo Roma alla scoperta di micromondi sconosciuti di cui è costituita questa città, per lo più dislocati in aree periferiche, non agevolmente raggiungibili.

Così rassegnati a sostenere un tragitto non inferiore ai 20/25 chilometri, che richiede con il tempo del traffico cittadino non meno di un’ora, ci accingiamo ad intraprendere il viaggio in macchina, ed io mi ripeto costantemente un mantra sulla necessità di mantenere la calma, la pazienza e la necessaria concentrazione per evitare la smart che fa lo slalom tra le macchine, il pedone che si getta nel traffico impazzito, il motorino che supera a destra e la macchina del furbetto idiota che viaggia a tutta velocità sulla corsia laterale d’emergenza.

Il tutto accompagnato da strade prive di segnaletica o di un qualsiasi  cartello che ti indichi dove svoltare ed è solo il tuo fiuto che evita di farti fare il giro del mondo per riprendere la strada esatta. In quei momenti ti chiedi se in precedenti vite sei stato un bracco a pelo lungo o a pelo corto e se non siano le reminiscenze di ciò che sei stato, che aiutano il tuo istinto ad orientarti in strade piene di buche, che non si trovano neanche nella Parigi-Dakar.
Questa è Roma. La Roma che presenta la facciata sconosciuta anche a chi, come me, la abita dalla nascita.
Attraversi quartieri di cui ignoravi l’esistenza, davvero brutti, dove il degrado disturba la vista, fa montare la rabbia e riporta alla mente fatti di cronaca recenti, che potevano emergere molto tempo prima se tutto ciò non avesse fatto comodo a tutti, compresi quelli che hanno costruito abusivamente e hanno condonato per due lire lo scempio che ti appresti ad attraversare.

Eppure questi viaggi hanno anche un altro sapore, ben più allettante e avventuroso, perché di lì a breve si svolgerà la partita e per mio figlio significa la squadra, i suoi amici, l’allenatore, significa condividere l’ansia e la gioia o il rammarico a seconda che il tutto finisca con la vittoria o la sconfitta. La squadra che ti dà la carica, la pacca sulla spalla anche quando la battuta l’hai sbagliata e la palla è out, anche quando non hai raggiunto la palla per tempo o ti sei dimenticato di chiamarla. La squadra è complicità, è il sapore del sostegno, dello scazzo, della lavata di testa dell’allenatore, ma è quella che ti fa capire l’importanza dell’altro, di non poter viaggiare da solo, ma di dover compiere un viaggio in sincrono con gli altri.

I genitori dovrebbero essere chiamati fuori, non solo nel senso materiale, perché spesso le palestre sono così piccole, che a mala pena il campo rientra nelle misure lecite per essere definito tale, ma esserlo anche metaforicamente, perché il tifo è gradito, ma spesso, troppo spesso, accade che qualcuno si senta autorizzato a dare suggerimenti o consigli da bordo campo, se non addirittura di suggerirli al coach, in merito alla formazione, all’esclusione di questo o quello, ai futuri allenamenti che richiedono maggior attenzione sulle battute, sul muro, sul centrale.

L’altra sera ho avuto modo di notarlo. Il numero 6. L’ho notato perché quando la squadra faceva punto lui restava in disparte, l’esultanza della squadra sembrava sfiorarlo, ma non coinvolgerlo. Mi sono chiesta se fosse timidezza. Poi ho visto che quando era possibile scartava l’occasione di prendere la palla, come scartava gli abbracci dei compagni.
Era come se non si autorizzasse a partecipare, consapevole degli errori commessi e spesso rimediati all’ultimo dall’intervento del compagno.

Ho sentito i commenti poco lusinghieri delle altre mamme, ho sentito nei suoi confronti incitamenti nervosi, non affettuosi. Mi sono chiesta se lui li sentisse, se nel caos della palestra giungessero anche a lui. Mi sono avvicinata alle altre per chiedere qualcosa di lui. Ho scoperto che non conoscono i genitori perché non sono mai presenti alle partite, che è l’unico a sorbirsi la fatica del viaggio da solo, con i trasporti pubblici, che difficilmente chiede un passaggio, ma che lo accetta a volte al ritorno, quando non ne può fare a meno.

Eppure è sempre presente, ha un sorriso timido e non si altera mai, neanche quando percepisce lo sguardo dispiaciuto dei compagni e quello di disapprovazione degli altri genitori.
Ho sentito la sua solitudine. Mi sono detta che magari i genitori lavorano e non possono venire; ma la domenica?!  Ho sentito la sua ansia, come fosse un odore che lo distingueva dagli altri.  Ho pensato che è vero che gli animali percepiscono la paura con l’olfatto. Ho pensato che l’ansia e la paura spesso si accompagnano.
L’ho seguito per tutta la partita, credo abbia imparato a mascherare con l’apparente indifferenza il fastidio dei richiami allusivi alle sue incapacità.
Ho scoperto che il padre è un ex giocatore di pallavolo, ma non segue le partite del figlio; perché?!
I commenti seguiti mi hanno mal disposto nei confronti degli altri, sentivo dire “è strano”, “mi fa tenerezza e rabbia”. Ma perché un ragazzo che esprime la sua paura, il suo senso di inadeguatezza dovrebbe suscitare rabbia?

Quando la partita è finita e i ragazzi sono usciti dallo spogliatoio era buio, era tardi e faceva freddo, una mamma si è offerta di dargli un passaggio e lui timidamente ha risposto “se non disturba …”.
Al ritorno in macchina mentre parlavamo della partita a mio figlio ho detto “da oggi sosterrò la squadra, ma con un occhio di riguardo per te e per il 6, se non ti dispiace”, lui mi ha risposto “no, ma perché proprio il 6?” “perché ho assorbito le sue paure, il suo senso di inadeguatezza, perché forse partecipa a un gioco che non è suo, ma si adegua e l’ansia da prestazione è forte. Associo lui  a momenti che ho vissuto, perché in alcuni momenti sentirsi sostenuto e non giudicato è importante, ti permette di trovare la carica che altrimenti non sapresti dove trovare.
Penso che l’allenatore vi stia insegnando molto di più di mettere a segno un punto, vi sta insegnando l’importanza di metterlo a segno tutti insieme, l’importanza di sentirsi squadra, misurarsi con le proprie paure, la voglia di partecipare e il timore di essere escluso. Ma anche se i commenti cattivi arrivano, non possono intaccare la complicità del gruppo. La vittoria di oggi è di tutti, anche di chi al momento è l’anello debole. Le critiche servono per crescere, non per mortificare.”

 

 

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FUNK OFF MARCHING BAND

TRENO

Caro Marco perché ti scrivo visto che so per certo che non leggerai mai questo post?
I nostri sono due mondi lontani. Il tuo senza confini, il mio con confini così ben definiti da mettere paura. Il tuo un mondo “anormale”, che sconfina nel mondo dei “normali. Il mio un mondo “normale” che ha paura di sconfinare.

Già sul treno ti avevo notato. Due grandi occhi celesti, l’aria svagata e ingenua, al seguito del bibitaro abusivo che proponeva a viaggiatori infastiditi dal ritardo annunciato, la sua merce. Un ragazzo poco più che ventenne con uno zainetto sulle spalle, un sorriso stampato sulle labbra, che incedeva avanti e indietro lungo i vagoni del treno.
Non immaginavo che di lì a poco ci saremmo trovati a scendere alla stessa stazione per raggiungere l’appuntamento con gli altri partecipanti a quella giornata all’insegna della musica e della voglia di camminare.
Hai passato in rassegna tutti, chiedendo nome e provenienza, hai espresso il tuo disappunto perché quasi tutte le carrozze erano contrassegnate dalla prima classe. Hai chiesto nuovamente i nomi. Hai teso la mano ad ognuno, lasciando percepire che quel contatto più che costituire il solito atto dovuto alle presentazioni, era la necessità di una carezza,  di un riconoscimento, del desiderio di appartenenza al gruppo.
Lungo le vie del centro, mentre tentavamo di raggiungere la piazza dove la band si esibiva, più volte ti sei perso, distratto dal seguire un volto, un dettaglio e noi sempre pronti con lo sguardo ad intercettare la tua presenza, ad incitarti perché allungassi il passo.
Hai seguito il concerto di spalle. Ti sei calato il cappuccio sulla testa, dondolando sulle gambe a seguire un ritmo tuo, lontano nei tuoi pensieri. Solo dopo ho scoperto che in realtà non ti era sfuggito nulla, che la musica ti era piaciuta davvero.
Tante domande e tanti perché hanno accompagnato la camminata. Molte richieste erano quelle che affioravano anche alle nostre labbra, ma che per educazione, evitavamo di fare. Ma tu candidamente esprimevi quello di cui al momento sentivi l’esigenza. La fame, il freddo, la fatica. “Ma quando finisce la salita? Ma quando si mangia? Ma quanto manca? Ma questo itinerario era previsto nel programma?”.
Ogni tanto correvi in testa al gruppo, per poi restare indietro e perderti nuovamente dietro un’immagine, un pensiero, un perché, un gesto.
Le caramelle che ti ho offerto ti hanno messo a disagio. Volevi essere gentile e hai accettato l’offerta, per poi riportarmi la caramella e confidarmi che mangi solo caramelle gialle, mai le rosse. Hai rovistato nel mio sacchetto del pranzo, leggendo gli ingredienti delle barrette ai cereali e della tavoletta di cioccolato. Sei allergico al latte. Mi hai chiesto la prossima volta di procurarmi un torrone al cioccolato. Vai a sapere… Certo la prossima volta caramelle gialle e torrone al cioccolato.
Sul pullman che ci riportava alla stazione hai chiamato tuo padre, eccitato dalla giornata, dalla camminata, dai compagni di percorso.
Ho pensato che i tuoi genitori sono davvero bravi a darti fiducia, a lasciarti vivere, anche se ho immaginato con quale cuore palpitante ti seguissero da lontano, da casa.
Arrivati alla stazione abbiamo atteso il treno, che come previsto è arrivato stracolmo di coloro che avevano trascorso il Natale a casa, con le famiglie o vacanzieri che tornavano carichi di valigie.
Ci siamo salutati velocemente e ognuno ha cercato un posto per evitare il viaggio di ritorno in piedi.
Il tepore del treno e la stanchezza hanno assopito anche noi, come altri che sonnecchiavano sui sedili.
A Orte ho sentito bussare sul finestrino, era buio e a mala pena o percepito la tua presenza. Mi facevi cenni di scendere. Ho pensato fosse accaduto qualcosa e quando mi accingevo a superare ostacoli di valigie e pacchi di panettoni e cibarie varie, sei entrato come una furia nel vagone gridando “Lorella!!!” Tutti hanno alzato la testa, sei riuscito a svegliare anche chi dormiva pesantemente. Sembrava la scena di “Rocky” quando grida “Adriana!!”. Per un attimo sono rimasta senza fiato. Tu mi hai sorriso e gridando come se fossi ancora sulla cima della montagna hai detto “Io ti volevo solo salutare, prendo il treno per Terni! Hai capito?! Ciao Lorella!!!”. E ciò ha scatenato l’ilarità dei passeggeri e tu non ci crederai, ma li ha riscossi dal loro torpore e noia e dopo che sei sceso hanno iniziato tutti a parlare di quale gesto carino e delicato fosse. Improvvisamente hanno scoperto che erano stanchi del silenzio e hanno iniziato a parlare e a raccontarsi del loro Natale e sui volti sono apparsi sorrisi un po’ ebeti, ma pieni di significato.
Caro Marco ecco perché ti scrivo, per ringraziarti.

 

 

 

 

 

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