GRAZIE, SONO FELICE

Ieri ho letto un bellissimo post:  “Amo la vita” https://sguardiepercorsi.wordpress.com/2015/03/18/amo-la-vita/
In particolare un passaggio mi ha colpita “Oggi sono contenta. Senza un motivo particolare. Semplicemente contenta di essere nella mia vita, con le relazioni umane che qui abitano o transitano per un po’.”

Io oggi sono contenta ed ho vari motivi per esserlo.

Oggi tornata a casa ho trovato il Micione di Stravagaria (https://stravagaria.wordpress.com/).
L’ho visto sul suo blog ed è stato amore a prima vista. Oggi è arrivato e vi sembrerà sciocco, ma quest’incontro mi ha emozionata, come se all’improvviso questo contatto con il mondo al di là dello schermo si sia rivelato concreto.

E’ ricomparso un amico di cui avevo perso le tracce e ciò mi ha riempito di gioia (http://www.fmtech.it/diario/). Bentornato Marco!

Sto leggendo un libro bellissimo, che mi ha regalato un’amica.

Nel pomeriggio sono andata al teatro e lo spettacolo mi è piaciuto tantissimo.

Ecco, volevo condividere con voi questo momento, perché a volte sembra così difficile dire grazie e sono felice.
Oggi sento di poter e voler ringraziare le persone che hanno reso speciale questa giornata.
Un saluto anche da Micione.
Buona notte a tutti.

gattone

 

 

 

 

 

 

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UNA RISATA VI SEPPELLIRA’

Il primo grugnito della giornata lo emetto al suono della sveglia, a cui dopo tanti anni ancora non mi sono abituata. E’ un grugnito di disapprovazione e malcontento, non molto educato, ma me lo consento per esprimere il senso di disagio e di incapacità di sopportazione. Gli altri li emetto nel corso della giornata per esprimere il mio dissenso di fronte a situazioni che sempre più mi riescono intollerabili: cassonetti della spazzatura stracolmi, corse degli autobus soppresse, deviazioni del traffico senza preavviso e con motivazioni lasciate all’immaginazione dei cittadini, lunghe attese con i call-center per prenotare una visita e così via.
L’altra mattina, quando avevo già grugnito alla sveglia, al cassonetto, alla buca lasciata aperta da tempo immemore dopo i lavori alle tubature del gas,  la mia attenzione è stata captata da un segnale di pericolo posto sul marciapiede poco prima dell’ingresso della metropolitana. Il grugnito di sorpresa e disapprovazione che è uscito deve essere stato piuttosto forte, la ragazza davanti a me si è voltata di scatto con lo sguardo impaurito pensando di avere alle calcagna un animale selvatico.
Questa estate hanno deciso che per effetto di un progetto di riassetto del decoro urbano andava urgentemente (?!) ripavimentato il marciapiede, solo il lato destro, il sinistro forse la prossima estate. Nessuno aveva invocato l’urgenza di questi lavori, eravamo così contenti di camminare sull’asfalto e poi di lavori urgenti ce ne sarebbero stati a centinaia. L’operazione è risultata molto impegnativa, circa tre mesi o giù di lì. L’asfalto è stato sostituito con una nuova e più moderna pavimentazione costituita da mattonelle di cemento.
Ora quando si poggiano i piedi si è accompagnati dal concerto che magicamente scaturisce dal pavimento, visto che le lastre sono state poggiate senza essere fissate. Avranno pensato che se qualcuno avesse voluto esprimere la propria creatività avrebbe potuto nottetempo, quando la calura estiva ti porta a dover uscire a tutti i costi da casa giocare al Lego.
Il tutto risulta senza dubbio più divertente quando piove, perché l’acqua si infiltra sotto la pavimentazione e i piedi sul lastrone creano l’effetto pozzanghera, con l’acqua che ti schizza i polpacci. Ma tu senti di essere tornato bambino, quindi saltelli da un mattone all’altro invocando una filastrocca che preferirei non riportare in questo contesto.
Mai però avrei pensato che l’effetto finale dovesse essere quello di “vediamo chi cade nella buca!” perché i mattoni sono poggiati sul nulla …

SAMSUNG

SAMSUNG

In questi momenti il grugnito potrebbe essere sostituito da un ululato. Oppure per non morire di rabbia avere l’ironia e riuscire a tirarla fuori con qualcosa di analogo a quello che sono riusciti a fare questi due ragazzi con molta creatività. E mi torna alla mente un vecchio slogan in cui ahimè credo ancora “Una risata vi seppellirà!” (tanto la buca già c’è…)

 

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IL SALTARELLO DI HOMER SIMPSON

homer

Gentile Professore (anche se, me lo lasci dire, gentile nel suo caso non è molto appropriato), probabilmente, anzi sicuramente, non è a conoscenza del fatto che ormai da qualche tempo a questa parte, almeno una volta a settimana, in casa nostra si apre un “siparietto” molto comico, in cui con molta ironia, mio figlio e i suoi compagni di scuola inscenano le sue lezioni di educazione fisica. Io sono un’assidua spettatrice e ormai sua indiscussa fan. La sua notorietà, mi dispiace dirglielo, non è data dalle sue prestazioni fisiche o abilità ginniche, ma dalle sue lezioni di tarantella e saltarello. Caro professore, dovrebbe però rivedere un attimino le coreografie. Danze come il saltarello, la tarantella, la pizzica sono espressione di energia e vitalità e lei me le mortifica con passi sul posto stile minuetto e con coreografie che sembrano più adatte ad un centro anziani con alta concentrazione di ottuagenari affetti da artriti e reumatismi!

Ho immaginato varie volte di venire a colloquio da lei, ma alla fine si sa, il prof. di educazione fisica è quello che spesso viene penalizzato, meno gettonato dai genitori, che preferiscono ammassarsi in fila per un colloquio con i prof. di matematica o lettere. Sarei comunque venuta, se non altro per soddisfare la mia curiosità e conoscerla di persona, ma in cuor mio avevo anche il timore che il colloquio potesse svolgersi in questo modo: “Buongiorno Prof., sono la mamma di… che mi dice di mio figlio?” la risposta rischiavo che fosse: “Mah, in effetti durante l’ultima lezione, sulle note di “Daje de tacco, daje de punta” suo figlio spesso si distraeva e non seguiva il ritmo, ho difficoltà ad esprimere una valutazione positiva nei suoi confronti…”
Come madre mi sarei sentita un po’ umiliata e tornata a casa avrei dovuto prendere da parte mio figlio e dirgli “Da oggi, il pomeriggio lo dedichiamo a ripetere i passi della tarantella napoletana, mi dispiace, non vedo alternative.”
Ma vede, io mi sono cimentata davvero poco nelle danze popolari e non sarei di grande aiuto.

Nel mio immaginario non riesco a figurarmela stile Yuri Chechi, direi a causa di altri aneddoti che mi vengono narrati, sicuramente la immagino più vicino al personaggio di Homer Simpson. E’ pur vero che i ragazzi hanno la tendenza ad esagerare nell’imitare e nel mettere in risalto difetti e vizi dei professori, d’altra parte chi di noi durante le cene con gli ex compagni di classe non ha tirato fuori anche anni dopo la fine del liceo imitazioni esilaranti di alcuni professori?!
Però devo sinceramente dirle che ritengo leggermente disgustosa l’altra attività che richiede durante le lezioni ai suoi alunni. Quella di inviarli a ravanare nella spazzatura del cortile alla ricerca di una bottiglietta di plastica usata per non spendere i pochi centesimi al distributore delle bibite, beh mi fa un po’ schifo. I ragazzi trovano queste sue stravaganze molto divertenti, la fanno davvero somigliare molto ad uno di quei personaggi di sit-com americane che loro seguono e dove avvengono schifezze varie. Ma io appartengo ad altra generazione, forse sono anche leggermente schifiltosa e a meno che non mi trovi in stato di reale e impellente necessità (ora ho difficoltà a farmene venire in mente una credibile), non ho l’abitudine di rovistare nei cestini dei colleghi. Ma che dire, probabilmente mi sfugge qualcosa.
Inoltre il fatto che impieghi i suoi alunni nella compilazione del registro di classe, avvalendosi della scusa della menomazione della falange del pollice destro, mentre lei trascorre parte dell’ora di lezione a rollare tabacco, beh…la mia mancanza di compassione nei suoi confronti dipenderà dalla mia scarsa sensibilità. Non riesco ad immaginare cosa possa uscire da quei registri durante i consigli di classe. Eppure la rassicuro, i suoi alunni le sono molto affezionati e non la sostituirebbero con un altro professore. Neanche con una delle sue colleghe a cui, durante la lezione che svolgono nella palestra attigua, a causa del tono di voce che usano per dare indicazioni su come fare piegamenti, rotazioni delle braccia, saltelli (a che serviranno in effetti?!) lei invia richiami del tipo “A stronza, e abbassa la voce!”.
Detto questo, non trovo molto educativi i suoi metodi, ma non riesce ad essermi antipatico, forse perché l’associo a Homer Simpson o perché se lei venisse sostituito verrebbero a mancare i quadretti settimanali che mi fanno comunque ridere.
Non so cosa ne pensino gli altri genitori, ma d’altra parte per scelta non aderisco a nessun gruppo d’ascolto e di preghiera e quindi neanche ai gruppi che piacciono tanto agli altri genitori su whatsapp o facebook.
Ho saputo che accompagnerà una terza a Berlino. Spero non siano i ragazzi a doverle rammentare che i bagagli a mano vengono ispezionati prima della partenza, quindi faccia la cortesia, eviti di fargli fare figure di merda e tolga materiale compromettente dallo zaino, se ne ha.
Le porgo i miei saluti, sperando che alcuni dei miei suggerimenti le giungano e decida di rivedere le coreografie dei suoi balletti.

p.s. Tutti i fatti narrati e i personaggi sono di pura fantasia.

 

 

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PERCHE’ QUESTO BLOG?!

PUNTO INTERROGATIVO

Perché un blog?

In questi giorni ho avuto necessità di riflettere sul senso del mio essere qui.
L’input è scattato quando un blogger mi ha chiesto se non mi infastidiva rispondere ad alcune domande che desiderava farmi. Le ha chiamate “curiosità”, ma l’estrema delicatezza con cui le ha presentate mi ha dato l’opportunità di parlare con lui apertamente di me e della necessità che mi ha indotta a decidere di aprire un blog. Parlarne ha suscitato tante nuove emozioni, e riflessioni.

Perché sono qui?
Ho avuto bisogno di rifletterci, mi sono sentita inadeguata e fuori luogo. L’intento con cui il blog è nato era quello di creare una finestra a cui potesse accedere chi, come me, stava vivendo un momento di disagio, di incapacità di accettazione. Ma poi, come nella vita reale, la strada che si è delineata è stata diversa da quella che avevo immaginato.
Mi sono chiesta se effettivamente avesse un senso continuare.
Ho avvertito nelle risposte che avevo dato la rabbia che pensavo di aver superato e che ancora non mi consente di riuscire a giocare con me stessa, con la nuova me, come vorrei essere in grado di fare. Ma forse sono troppo severa nei miei confronti, credo ci voglia del tempo per adeguarmi con leggerezza ad una situazione inaspettata e non propriamente piacevole. Rileggendo quello che avevo scritto mi ha anche permesso di individuare una carica di ironia che mi appartiene e che in alcuni momenti mi consente di sorridere di fronte a episodi e gaffe involontarie.

Ho messo giù questi pensieri perché nel frattempo sono sparita e vorrei rassicurare chi mi ha scritto, e spero lo sappia senza dover leggere questo post, che parlare con lui mi ha fatto bene. Vorrei inoltre ringraziare Nuvola per avermi citata con un premio, un gioco che permette di segnalare i blogger di recente acquisizione. Ma la mia presenza discontinua mi fa dire con estrema sincerità che mi sembra una citazione immeritata. In ogni caso grazie, mi ha fatto piacere.

Se tornassi indietro e mi chiedessero “Cosa vuoi fare da grande?” risponderei senza esitazione “Il clown”. Mi piace la sua capacità mimica, l’espressività del corpo e del volto, l’arte di camuffarsi con abiti deformi e colorati, le parrucche pazze (che nel mio caso andrebbero a cecio, come se dice a Roma) e quell’ironia un po’ cattiva che però scatena sempre una risata. Ma forse non è necessario arrivare a tanto; magari se riuscissi a liberare l’ironia nel raccontarmi, potrei imparare a giocare lo stesso… magari giocherei anche un po’ di più con la mia immagine e allenterei la tensione…  e magari non avrei rinunciato al trekking di domani per il troppo vento: non sono poi così clown da rincorrere la parrucca lungo il sentiero nel caso voli via.

Buona serata.

Slava+Snowshow+Media+Call+F3Re8c_KcHgl

 

 

 

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EIN FALL FÜR HARRY

DERRICK

La nostra vita è costellata di incontri con angeli inconsapevoli, che bussano alla nostra porta proprio nel momento in cui ne abbiamo un disperato bisogno, e forse in quel momento, neanche noi sappiamo quanto il bisogno della loro presenza sia grande.
Probabilmente loro non sapranno mai quale aiuto hanno apportato, che significato abbiano avuto nella nostra vita.
Così una piovosa mattina di agosto alla mia porta si è presentato lui, Harry Klein, il fedele assistente dell’ispettore Derrick, uscito da una puntata degli anni 70.
Il tassista che avevo chiamato per raggiungere la città più vicina per prendere un treno che ci riportasse in Italia, l’Harry Klein di una minuscola cittadina dell’entroterra austriaco, sarebbe stato il mio angelo. Entrambi inconsapevoli dell’importanza che avrebbe assunto.
Lui, probabilmente, quando aveva ricevuto la chiamata l’aveva considerata una benedizione per svoltare una domenica uggiosa, che a conti fatti gli avrebbe fruttato un guadagno inaspettato, considerando il numero dei chilometri da percorrere, la sovra tassa domenicale e il supplemento bagagli.
Quando ho aperto la porta non devo aver fatto una grande impressione.
I vestiti che indossavo erano del giorno prima, sporchi e anche maleodoranti, visto che la notte avevo dormito con quelli indosso. La faccia tesa ed emaciata non era un bel vedere e quel collare a sorreggere il collo!
Mentre aspettavo che arrivasse mi chiedevo se almeno lui conoscesse qualche parola di inglese o francese.
Ma ahimè, anche lui parlava solo in tedesco. Almeno in questo l’Austria è molto più vicina a noi di quanto si possa immaginare.
Già il giorno prima, in ospedale, avevo capito che dovevo rispolverare dalla memoria qualche parola in più di quelle del mio scarso vocabolario.
Era necessario che gli riuscissi a raccontare sommariamente cosa fosse accaduto 24 ore prima, che l’esigenza non era solo quella di essere accompagnati in un’altra città, ma di svolgere prima alcune operazioni, scomode, ma necessarie. Per esempio andare al deposito dove il carro attrezzi aveva portato la macchina dopo l’incidente, svolgere alcune pratiche amministrative per la rottamazione e recuperare i bagagli.
Tutto ciò in tempi brevissimi, dato che ero stata dimessa dall’ospedale solo mezz’ora prima, che era domenica e che il deposito avrebbe chiuso di lì a poco.
L’indirizzo era stato accuratamente scritto su un foglietto che gli ho teso, sperando avesse compreso quello che avevo raccontato in un tedesco sgrammaticato, che credo, neanche Lillo e Greg nella migliore interpretazione sarebbero riusciti a rendere così comico.
Lui non solo aveva capito quasi tutto, ma era visibilmente partecipe.
In macchina durante il tragitto fino al deposito fece un sacco di domande. Voleva conoscere la dinamica dell’incidente, come stavamo, si preoccupava che io non ce la facessi nella mia condizione ad affrontare un viaggio in treno, chiedeva se qualcuno sarebbe venuto a prenderci. Non so in effetti cosa io abbia raccontato. Più che parole, avevo l’impressione che mi uscissero dei suoni disarticolati. Eppure lui capiva, o comunque ce la metteva tutta per capire, comprendeva il mio sforzo, la mia emozione nel raccontare, la tensione che tentavo di tenere a bada per avere la calma e la lucidità nel portare a termine un’operazione che avrei volentieri affidato a qualcun altro.
Arrivati all’autofficina pioveva e noi ovviamente eravamo sprovvisti di ombrello. L’unico bagaglio era il mio zainetto, contenente poche cose recuperate prima di essere trasportati in ospedale e la cartella clinica, con il risultato delle lastre, della tac e il certificato di dimissione dall’ospedale che il medico mi aveva fatto firmare facendomi capire che solo il mio consenso e l’urgenza di voler tornare a casa percepita nelle mie parole,  gli permettevano di sollevarsi dalla coscienza una decisione un po’ azzardata.
Il braccio destro di Derrick a quel punto avrebbe dovuto solo attendere in macchina: una volta terminata la pratica ci avrebbe accompagnati in albergo e lì avremmo cercato di dare un senso a quello che effettivamente avremmo potuto fare.
Ma lui premurosamente è sceso, ha raccolto degli ombrelli dal bagagliaio e ci ha accompagnati all’interno.
Nessuno parlava inglese, anzi l’idioma che usciva dalle loro bocche mi risultava ancora più ostico, se possibile, e incomprensibile. Ero in preda all’ansia, al panico, alla tensione che accompagnava quel momento. Lui se ne è accorto e con delicatezza, toccandomi un braccio mi ha detto di parlare con lui, di porre a lui le domande. E da quel momento si è messa in atto la situazione più paradossale della mia vita. Io mi rivolgevo a lui nel mio tedesco sgrammaticato e lui traduceva in tedesco all’addetto. Aspettava la risposta e poi si rivolgeva a me  in tedesco riportandomi la richiesta di compilare formulari, di produrre i documenti, di andare a vedere la macchina prima di firmare per la rottamazione.
Poi ha recuperato gli ombrelli e ci ha sospinti delicatamente nel rimessaggio.  Era la prima volta che guardavo la macchina dopo l’incidente e che potevo prendere consapevolezza di quanto fortunati fossimo stati. Ci ha aiutati a prendere i bagagli, a decidere cosa recuperare e cosa no. Ha staccato le targhe, ha ispezionato la macchina con la medesima attenzione con la quale avrebbe ispezionato quella di un suo familiare. Ha capito il momento di commozione, ci ha detto parole di conforto, ci ha accarezzati con lo sguardo. Ha caricato sul taxi i bagagli e ci ha condotti in albergo. La tariffa del percorso che abbiamo pagato equivaleva a quella che ci avrebbe chiesto un tassista romano per condurci dalla stazione a casa. Nessun supplemento, neanche quello dovuto al tempo trascorso con noi.
Ci ha stretto la mano, ci ha fatto gli auguri, è risalito sul suo taxi e non so se col tempo si sia dato del cretino per non aver sfruttato la situazione a suo favore.
Certo è che ancora oggi penso di essere stata l’unica persona ad avere avuto un interprete dal tedesco al tedesco e pensandoci rido a crepapelle.
Carissimo Harry Klein, angelo inconsapevole di uno dei momenti più difficili della mia vita, non ricorderò certo quel tuo giubbotto di pelle nera un po’ fuori moda, quel tuo cappello così sfacciatamente copiato a Derrick. Ricorderò la tua delicatezza, la tua disponibilità e la tua generosità per esserti messo al mio servizio proprio nel momento in cui ne avevo bisogno e la mente cominciava a vacillare dopo tutta la tensione che aveva accompagnato quel tragico episodio che avevo solo necessità di dimenticare.

 

 

 

 

 

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UNA FOTO PUO’

Una foto può.
Può, in un unico scatto, cogliere bellezza e orrore.
Può graffiare il cuore più di tante parole. Può esprimere rabbia, dissenso, disperazione, dolore ma anche amore. Può sbatterci in faccia impietosamente un’immagine senza che si abbia il tempo di voltare lo sguardo. Può esaltare dettagli apparentemente insignificanti. Può dare voce a chi non ce l’ha. Può dare colore ad un mondo in bianco e nero o sfumare i colori di un mondo che ormai li ha perduti. Può frugare nell’intimità di un volto, uno sguardo, un gesto, un movimento.
Può scavare in profondità, nell’anima di chi guarda l’obiettivo.
Tutto ciò pensavo stamattina, guardando questa foto.
Pensavo a quando il fotografo ha premuto il tasto ed un impercettibile click ha colto l’immagine, un frammento infinitesimale di questo mondo, non lasciando spazio al silenzio, ma lanciando un grido, feroce.

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(Rescue Operation, Massimo Sestini (Tra la Sicilia e Malta)

 

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#ioleggoperché

Non mi ritengo un lettore timido, ma devo superare la timidezza. Spero l’invasione in rete di questa iniziativa non si fermi qui ma continui

Slumberland

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Quando l’ha saputa in anteprima – assoluta e segretissima – da Bertina, Canta-che-ti-passa e Shirley, la ‘povna avrebbe invece voluto, da subito, gridarla ai quattro venti, perché l’iniziativa di #ioleggoperché (la più grande cavalcata di invito alla lettura, di e per tutti, in collaborazione tra Associazione Italiana Editori, case editrici, istituzioni, scuole, università, biblioteche, circoli di lettura, Rai, Trenitalia e chi più ne ha, più ne metta) è di quelle dirompenti.
Se per i dettagli (tanti, variegati e in continuo aggiornamento, tanto che nemmeno la ‘povna, ancora, ché pure, di questa cosa, è stata consulente nazionale, li sa tutti), rimanda al sito, da tenere sotto controllo, per sommi capi la scommessa, viceversa, si illustra facilmente. Nel nome di uno slogan che è già virale (#ioleggoperché), appunto, si tratta di provare a scatenare una reazione a catena di lettura, nella quale – con il supporto delle case editrici (che forniranno…

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