EIN FALL FÜR HARRY

DERRICK

La nostra vita è costellata di incontri con angeli inconsapevoli, che bussano alla nostra porta proprio nel momento in cui ne abbiamo un disperato bisogno, e forse in quel momento, neanche noi sappiamo quanto il bisogno della loro presenza sia grande.
Probabilmente loro non sapranno mai quale aiuto hanno apportato, che significato abbiano avuto nella nostra vita.
Così una piovosa mattina di agosto alla mia porta si è presentato lui, Harry Klein, il fedele assistente dell’ispettore Derrick, uscito da una puntata degli anni 70.
Il tassista che avevo chiamato per raggiungere la città più vicina per prendere un treno che ci riportasse in Italia, l’Harry Klein di una minuscola cittadina dell’entroterra austriaco, sarebbe stato il mio angelo. Entrambi inconsapevoli dell’importanza che avrebbe assunto.
Lui, probabilmente, quando aveva ricevuto la chiamata l’aveva considerata una benedizione per svoltare una domenica uggiosa, che a conti fatti gli avrebbe fruttato un guadagno inaspettato, considerando il numero dei chilometri da percorrere, la sovra tassa domenicale e il supplemento bagagli.
Quando ho aperto la porta non devo aver fatto una grande impressione.
I vestiti che indossavo erano del giorno prima, sporchi e anche maleodoranti, visto che la notte avevo dormito con quelli indosso. La faccia tesa ed emaciata non era un bel vedere e quel collare a sorreggere il collo!
Mentre aspettavo che arrivasse mi chiedevo se almeno lui conoscesse qualche parola di inglese o francese.
Ma ahimè, anche lui parlava solo in tedesco. Almeno in questo l’Austria è molto più vicina a noi di quanto si possa immaginare.
Già il giorno prima, in ospedale, avevo capito che dovevo rispolverare dalla memoria qualche parola in più di quelle del mio scarso vocabolario.
Era necessario che gli riuscissi a raccontare sommariamente cosa fosse accaduto 24 ore prima, che l’esigenza non era solo quella di essere accompagnati in un’altra città, ma di svolgere prima alcune operazioni, scomode, ma necessarie. Per esempio andare al deposito dove il carro attrezzi aveva portato la macchina dopo l’incidente, svolgere alcune pratiche amministrative per la rottamazione e recuperare i bagagli.
Tutto ciò in tempi brevissimi, dato che ero stata dimessa dall’ospedale solo mezz’ora prima, che era domenica e che il deposito avrebbe chiuso di lì a poco.
L’indirizzo era stato accuratamente scritto su un foglietto che gli ho teso, sperando avesse compreso quello che avevo raccontato in un tedesco sgrammaticato, che credo, neanche Lillo e Greg nella migliore interpretazione sarebbero riusciti a rendere così comico.
Lui non solo aveva capito quasi tutto, ma era visibilmente partecipe.
In macchina durante il tragitto fino al deposito fece un sacco di domande. Voleva conoscere la dinamica dell’incidente, come stavamo, si preoccupava che io non ce la facessi nella mia condizione ad affrontare un viaggio in treno, chiedeva se qualcuno sarebbe venuto a prenderci. Non so in effetti cosa io abbia raccontato. Più che parole, avevo l’impressione che mi uscissero dei suoni disarticolati. Eppure lui capiva, o comunque ce la metteva tutta per capire, comprendeva il mio sforzo, la mia emozione nel raccontare, la tensione che tentavo di tenere a bada per avere la calma e la lucidità nel portare a termine un’operazione che avrei volentieri affidato a qualcun altro.
Arrivati all’autofficina pioveva e noi ovviamente eravamo sprovvisti di ombrello. L’unico bagaglio era il mio zainetto, contenente poche cose recuperate prima di essere trasportati in ospedale e la cartella clinica, con il risultato delle lastre, della tac e il certificato di dimissione dall’ospedale che il medico mi aveva fatto firmare facendomi capire che solo il mio consenso e l’urgenza di voler tornare a casa percepita nelle mie parole,  gli permettevano di sollevarsi dalla coscienza una decisione un po’ azzardata.
Il braccio destro di Derrick a quel punto avrebbe dovuto solo attendere in macchina: una volta terminata la pratica ci avrebbe accompagnati in albergo e lì avremmo cercato di dare un senso a quello che effettivamente avremmo potuto fare.
Ma lui premurosamente è sceso, ha raccolto degli ombrelli dal bagagliaio e ci ha accompagnati all’interno.
Nessuno parlava inglese, anzi l’idioma che usciva dalle loro bocche mi risultava ancora più ostico, se possibile, e incomprensibile. Ero in preda all’ansia, al panico, alla tensione che accompagnava quel momento. Lui se ne è accorto e con delicatezza, toccandomi un braccio mi ha detto di parlare con lui, di porre a lui le domande. E da quel momento si è messa in atto la situazione più paradossale della mia vita. Io mi rivolgevo a lui nel mio tedesco sgrammaticato e lui traduceva in tedesco all’addetto. Aspettava la risposta e poi si rivolgeva a me  in tedesco riportandomi la richiesta di compilare formulari, di produrre i documenti, di andare a vedere la macchina prima di firmare per la rottamazione.
Poi ha recuperato gli ombrelli e ci ha sospinti delicatamente nel rimessaggio.  Era la prima volta che guardavo la macchina dopo l’incidente e che potevo prendere consapevolezza di quanto fortunati fossimo stati. Ci ha aiutati a prendere i bagagli, a decidere cosa recuperare e cosa no. Ha staccato le targhe, ha ispezionato la macchina con la medesima attenzione con la quale avrebbe ispezionato quella di un suo familiare. Ha capito il momento di commozione, ci ha detto parole di conforto, ci ha accarezzati con lo sguardo. Ha caricato sul taxi i bagagli e ci ha condotti in albergo. La tariffa del percorso che abbiamo pagato equivaleva a quella che ci avrebbe chiesto un tassista romano per condurci dalla stazione a casa. Nessun supplemento, neanche quello dovuto al tempo trascorso con noi.
Ci ha stretto la mano, ci ha fatto gli auguri, è risalito sul suo taxi e non so se col tempo si sia dato del cretino per non aver sfruttato la situazione a suo favore.
Certo è che ancora oggi penso di essere stata l’unica persona ad avere avuto un interprete dal tedesco al tedesco e pensandoci rido a crepapelle.
Carissimo Harry Klein, angelo inconsapevole di uno dei momenti più difficili della mia vita, non ricorderò certo quel tuo giubbotto di pelle nera un po’ fuori moda, quel tuo cappello così sfacciatamente copiato a Derrick. Ricorderò la tua delicatezza, la tua disponibilità e la tua generosità per esserti messo al mio servizio proprio nel momento in cui ne avevo bisogno e la mente cominciava a vacillare dopo tutta la tensione che aveva accompagnato quel tragico episodio che avevo solo necessità di dimenticare.

 

 

 

 

 

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Informazioni su lacantatricecalva

Se non fossi come sono, mai avrei iniziato a scrivere un blog e mi sarei persa un sacco di cose. Tipo.. ma che cos'è un Gravatar?! Bene se non ho fatto casini, almeno ad una cosa aprire un blog è servito.
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19 risposte a EIN FALL FÜR HARRY

  1. Guido Sperandio ha detto:

    LeTto, come sempre, volentieri (o volontieri, scegli tu) 🙂

    Liked by 1 persona

  2. FMtech ha detto:

    Ti ho forse ispirata? 🙂

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  3. Non è sempre bello leggerti Canta….
    È emozionante! 😉

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  4. nuvolesparsetraledita ha detto:

    Ti ho assegnato un premio…. (scusa se non sarò la prima) vuoi passare da me a prenderlo?

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