UNA PARTITA DI PALLAVOLO

PALLAVOLO

Da quando è iniziato il campionato almeno una volta alla settimana, se non due, attraversiamo Roma alla scoperta di micromondi sconosciuti di cui è costituita questa città, per lo più dislocati in aree periferiche, non agevolmente raggiungibili.

Così rassegnati a sostenere un tragitto non inferiore ai 20/25 chilometri, che richiede con il tempo del traffico cittadino non meno di un’ora, ci accingiamo ad intraprendere il viaggio in macchina, ed io mi ripeto costantemente un mantra sulla necessità di mantenere la calma, la pazienza e la necessaria concentrazione per evitare la smart che fa lo slalom tra le macchine, il pedone che si getta nel traffico impazzito, il motorino che supera a destra e la macchina del furbetto idiota che viaggia a tutta velocità sulla corsia laterale d’emergenza.

Il tutto accompagnato da strade prive di segnaletica o di un qualsiasi  cartello che ti indichi dove svoltare ed è solo il tuo fiuto che evita di farti fare il giro del mondo per riprendere la strada esatta. In quei momenti ti chiedi se in precedenti vite sei stato un bracco a pelo lungo o a pelo corto e se non siano le reminiscenze di ciò che sei stato, che aiutano il tuo istinto ad orientarti in strade piene di buche, che non si trovano neanche nella Parigi-Dakar.
Questa è Roma. La Roma che presenta la facciata sconosciuta anche a chi, come me, la abita dalla nascita.
Attraversi quartieri di cui ignoravi l’esistenza, davvero brutti, dove il degrado disturba la vista, fa montare la rabbia e riporta alla mente fatti di cronaca recenti, che potevano emergere molto tempo prima se tutto ciò non avesse fatto comodo a tutti, compresi quelli che hanno costruito abusivamente e hanno condonato per due lire lo scempio che ti appresti ad attraversare.

Eppure questi viaggi hanno anche un altro sapore, ben più allettante e avventuroso, perché di lì a breve si svolgerà la partita e per mio figlio significa la squadra, i suoi amici, l’allenatore, significa condividere l’ansia e la gioia o il rammarico a seconda che il tutto finisca con la vittoria o la sconfitta. La squadra che ti dà la carica, la pacca sulla spalla anche quando la battuta l’hai sbagliata e la palla è out, anche quando non hai raggiunto la palla per tempo o ti sei dimenticato di chiamarla. La squadra è complicità, è il sapore del sostegno, dello scazzo, della lavata di testa dell’allenatore, ma è quella che ti fa capire l’importanza dell’altro, di non poter viaggiare da solo, ma di dover compiere un viaggio in sincrono con gli altri.

I genitori dovrebbero essere chiamati fuori, non solo nel senso materiale, perché spesso le palestre sono così piccole, che a mala pena il campo rientra nelle misure lecite per essere definito tale, ma esserlo anche metaforicamente, perché il tifo è gradito, ma spesso, troppo spesso, accade che qualcuno si senta autorizzato a dare suggerimenti o consigli da bordo campo, se non addirittura di suggerirli al coach, in merito alla formazione, all’esclusione di questo o quello, ai futuri allenamenti che richiedono maggior attenzione sulle battute, sul muro, sul centrale.

L’altra sera ho avuto modo di notarlo. Il numero 6. L’ho notato perché quando la squadra faceva punto lui restava in disparte, l’esultanza della squadra sembrava sfiorarlo, ma non coinvolgerlo. Mi sono chiesta se fosse timidezza. Poi ho visto che quando era possibile scartava l’occasione di prendere la palla, come scartava gli abbracci dei compagni.
Era come se non si autorizzasse a partecipare, consapevole degli errori commessi e spesso rimediati all’ultimo dall’intervento del compagno.

Ho sentito i commenti poco lusinghieri delle altre mamme, ho sentito nei suoi confronti incitamenti nervosi, non affettuosi. Mi sono chiesta se lui li sentisse, se nel caos della palestra giungessero anche a lui. Mi sono avvicinata alle altre per chiedere qualcosa di lui. Ho scoperto che non conoscono i genitori perché non sono mai presenti alle partite, che è l’unico a sorbirsi la fatica del viaggio da solo, con i trasporti pubblici, che difficilmente chiede un passaggio, ma che lo accetta a volte al ritorno, quando non ne può fare a meno.

Eppure è sempre presente, ha un sorriso timido e non si altera mai, neanche quando percepisce lo sguardo dispiaciuto dei compagni e quello di disapprovazione degli altri genitori.
Ho sentito la sua solitudine. Mi sono detta che magari i genitori lavorano e non possono venire; ma la domenica?!  Ho sentito la sua ansia, come fosse un odore che lo distingueva dagli altri.  Ho pensato che è vero che gli animali percepiscono la paura con l’olfatto. Ho pensato che l’ansia e la paura spesso si accompagnano.
L’ho seguito per tutta la partita, credo abbia imparato a mascherare con l’apparente indifferenza il fastidio dei richiami allusivi alle sue incapacità.
Ho scoperto che il padre è un ex giocatore di pallavolo, ma non segue le partite del figlio; perché?!
I commenti seguiti mi hanno mal disposto nei confronti degli altri, sentivo dire “è strano”, “mi fa tenerezza e rabbia”. Ma perché un ragazzo che esprime la sua paura, il suo senso di inadeguatezza dovrebbe suscitare rabbia?

Quando la partita è finita e i ragazzi sono usciti dallo spogliatoio era buio, era tardi e faceva freddo, una mamma si è offerta di dargli un passaggio e lui timidamente ha risposto “se non disturba …”.
Al ritorno in macchina mentre parlavamo della partita a mio figlio ho detto “da oggi sosterrò la squadra, ma con un occhio di riguardo per te e per il 6, se non ti dispiace”, lui mi ha risposto “no, ma perché proprio il 6?” “perché ho assorbito le sue paure, il suo senso di inadeguatezza, perché forse partecipa a un gioco che non è suo, ma si adegua e l’ansia da prestazione è forte. Associo lui  a momenti che ho vissuto, perché in alcuni momenti sentirsi sostenuto e non giudicato è importante, ti permette di trovare la carica che altrimenti non sapresti dove trovare.
Penso che l’allenatore vi stia insegnando molto di più di mettere a segno un punto, vi sta insegnando l’importanza di metterlo a segno tutti insieme, l’importanza di sentirsi squadra, misurarsi con le proprie paure, la voglia di partecipare e il timore di essere escluso. Ma anche se i commenti cattivi arrivano, non possono intaccare la complicità del gruppo. La vittoria di oggi è di tutti, anche di chi al momento è l’anello debole. Le critiche servono per crescere, non per mortificare.”

 

 

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Informazioni su lacantatricecalva

Se non fossi come sono, mai avrei iniziato a scrivere un blog e mi sarei persa un sacco di cose. Tipo.. ma che cos'è un Gravatar?! Bene se non ho fatto casini, almeno ad una cosa aprire un blog è servito.
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