ITALY IN A DAY

 

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Dopo tanti anni che lavori al pubblico, con il pubblico, per il pubblico, se vuoi, riesci ad affinare percezioni nei confronti dell’altro, che ti aiutano a guardare oltre la sola immagine che ti è davanti. Se vuoi capisci che, a volte,  dietro una domanda banale c’è “una richiesta”. A volte la richiesta è quella di essere “percepito” e riconosciuto come persona. È qualcosa che ho capito con il tempo e con la necessità di un cambiamento, mio innanzitutto, che a dire il vero, con il passare degli anni, mi è diventato pesante e difficile. Quando si ha a che fare con le persone in un ufficio pubblico,  devi superare l’impatto negativo dove gli altri pretendono di essere riconosciuti come persone, mentre tu per gli altri rappresenti le istituzioni. Le istituzioni dove vigono regole, divieti, rigidezza e “disumanità”. Tutto ciò a volte è vero e diventa necessario per non farsi “inghiottire” dai problemi degli altri. Perché ogni persona che si presenta allo sportello ha una storia. Allora devi avere la consapevolezza che sei lì a svolgere un ruolo, che di sociale non ha nulla, ma se vuoi e puoi, potresti anche renderlo tale.

Ho visto il film-documentario di Salvatores “Italy in a day”, dove la capacità del regista è stata quella di selezionare i video arrivati alla Rai e di averli sapientemente montati, creando un film fatto prevalentemente di volti e persone. Guardando quei volti passare sullo schermo, mi è venuto da pensare ai tanti volti intravisti o conosciuti, che hanno attraversato la mia vita. Il più delle volte senza lasciare alcun segno. In molti casi mi sono trovata depositaria di uno “squarcio” di storia della loro vita, raccontata di fretta, in poche frasi, o “depositata” in più riprese, perché in un ufficio postale è così. Alcuni hanno frequentazione giornaliera. Il lavoro stesso li conduce lì. Per molti diventa il momento di incontro, maledetto quanto vuoi perché nella maggior parte dei casi vengono a pagare, ma paradossalmente è anche un momento di condivisione con chi incontri. Così ti raccontano dei figli, della famiglia, se domenica sono andati a trovarli,  se c’è stato il compleanno di qualcuno. Se sono arrabbiati, delusi, felici per una nascita, tristi per una perdita.

Mi sono chiesta cosa abbia spinto tante persone a filmare un giorno della loro vita, anche solo cinque minuti. Non credo sia solo necessità di protagonismo. Per molti è un modo per dire “ci sono”, e magari senza pudore raccontare la propria solitudine nel prepararsi un piatto di pasta, il dolore di fronte alla casa distrutta dall’alluvione, la voglia di credere in qualcosa di positivo, il sentirsi appagati di fronte al sorriso di un figlio.
Spesso le storie che ho ascoltato erano storie di solitudine, di paura della solitudine. Di dignità che nascondeva un disagio reale, anche economico. Di cui non si parlava con nessuno. Perché a volte ci si sente davvero soli e smarriti, ma urlare la propria disperazione vuol dire mettersi a nudo, dimostrare quello che si è, non paventando un’immagine che non ci appartiene più.

Così accade che la signora che ha appena pagato la bolletta della luce, si accasci sulla sedia prima di uscire, e quando tu la sostieni e le tieni la mano, riesca a raccontarti che sono giorni che non mangia, per aiutare quei nipoti piccoli, a cui è morta la madre da poco, ma che lei con la sua pensione proprio non ce la fa a sostenere, perché mangiano come lupi, ma la bolletta andava pagata. E la vergogna la porta a non chiedere nulla, perché improvvisamente si scopre “povera”. O la signora che a metà mese viene a riscuotere la pensione, già riscossa ad inizio mese e purtroppo finita. Che proprio non si capacita e anche lei non mangia da qualche giorno, e vergognosamente ti racconta che nella busta che ha con se’ c’è una bottiglia di acqua e ruba le bustine di zucchero nei bar, andando avanti con acqua e zucchero. Chi ti porta la marmellata, perché “Tanto con mia figlia non parlo più da anni, e quindi la faccio, ma poi lei non viene, e allora mi fa piacere che sia lei a mangiarla, che ha l’età di mia figlia”. Oppure il signore che tra un conto corrente e l’altro, mi aveva confidato la sua grande passione, i plastici dei treni. Ed io gli avevo a mia volta confidato che da piccola sopportavo l’infermiera che mi faceva la punture, solo perché il marito aveva una stanza con un plastico di un trenino che mi permetteva di sbirciare sull’uscio. E allora un giorno prende il numero, fa la fila, e quando è il suo turno poggia sul bancone un album enorme, con le foto dei suoi trenini e i suoi plastici, per condividerli con me. Ovviamente la fila dietro inizia a rumoreggiare prima ancora che apra l’album e quindi mi vedo costretta a dire che forse avremmo trovato un’occasione diversa per vederle, ma lui con l’aria mesta mi dice “ma ho fatto la fila, come tutti!”.

Ecco, l’Italia è anche questa. Fatta di persone, di uomini e donne, che inviano video in cui ballano, corrono, cantano, riprendono un tramonto dalla finestra, ma sono anche piene di incertezze, di “buchi neri”, di voglia di uscire dal senso di inutilità della propria vita e ricominciare a darle un senso. Allora racconti, ti racconti e probabilmente questo ti fa sentire meno solo. Probabilmente se ci raccontassimo, scopriremmo che anche il vicino di casa soffre come noi perché il figlio non telefona. O che il pane che ieri abbiamo gettato nella spazzatura poteva aiutare qualcuno che faticosamente va avanti  per mantenere la propria dignità e tutte le mattine esce e passa nei bar a rubare bustine di zucchero. Non è facile. A volte chi si racconta, si pente subito dopo averlo fatto. Abbassa la testa e va via per non tornare più. A volte decidono che dopo confidenze così importanti fai parte della loro vita e si stabilisce un filo di tenerezza che difficilmente si snoderà. Come i tanti ebrei, che nel ghetto di Roma, mostrandomi il numero sul braccio, mi hanno chiesto di non dimenticare.

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Informazioni su lacantatricecalva

Se non fossi come sono, mai avrei iniziato a scrivere un blog e mi sarei persa un sacco di cose. Tipo.. ma che cos'è un Gravatar?! Bene se non ho fatto casini, almeno ad una cosa aprire un blog è servito.
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7 risposte a ITALY IN A DAY

  1. Guido Sperandio ha detto:

    Hai scritto un post superbamente bello. E, credimi, sono di gusti molto difficili, mica per altro, perchè riesco benissimo a trascurare le travi nel mio occhio per scorgere in compenso le pagliuzze nelle prose altrui.
    C’è dentro una grande cuore, ci sono fatti, c’è cronaca, c’è un mondo, è un racconto, è un reportage, è… il tutto reso da manuale di scrittura.
    Generalmente, i post o non ho la pazienza di leggerli fino alla fine, mi bastano le prime righe, o tutt’al più li scorro. Arrivo a dire che la banalità, e banali lo sono per lo più, mi fa male. Esagero? Probabilmente.
    Il tuo post l’ho letto parola per parola. Come i bambini leggono col dito puntato sulle sillabe.
    PS: considerazione a parte, perchè questa molto personale, hai una visione positiva, non solo ma anche aperta, prerogativa tanto più preziosa perchè sempre più rara di questi tempi.

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    • lacantatricecalva ha detto:

      Sto leggendo delle favole dove c’è un drago che teneramente racconta come le lacrime si possano trasformare in stelle, il sole abbia un cuore d’oro e come le parole, adeguatamente usate, possano avere l’effetto di una carezza. Il drago ha ragione davvero! Grazie mille … (ti saluta il drago …) 🙂

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  2. Marco ha detto:

    Che magnifici racconti i tuoi! Ricchi di umanità e di esperienze condivisibili. Grazie 🙂

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  3. nadia ha detto:

    grazie , mi piace proprio come scrivi,descrivi,racconti..e riesci sempre a fami provare una tenerezza infinita per me, per te, per tutti

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