LA RABBIA

rabbia

L’altra sera non ne voleva sapere di uscire. La sentivo falsata dalla presenza ingombrante della testa, che non voleva saperne di tacere. Avvertivo lo sforzo della ricerca, ma rimaneva nascosta, guardinga nella pancia, nel cuore, nello stomaco. La mia “nota” non c’era. Il suono che emettevo non mi rappresentava. Perché quel sentimento arrogante, prepotente, tracotante, proprio non riuscivo a volerlo sentire mio. La rabbia. I pensieri la mettevano a tacere, la vergogna la frenava ad uscire. Ma lei c’era, educatamente, abituata com’è ad essere vilipesa e inascoltata, stava lì, aspettava. Il corpo sì che l’avvertiva. La tensione al collo, alla schiena, quel suo scalciare come un neonato per ricomporsi nell’attesa. La voce continuava ad uscire inconcludente, senza spessore.

Ieri è arrivata, con la sua potenza, rompendo gli argini del silenzio. Allora non l’ho fermata più. Le ho detto “vai, esci fuori, è giusto, sappiano finalmente che tu esisti. Riconosco che mi appartieni.”  Perché la rabbia è potente come l’amore. E come l’amore non apprezza i compromessi, se non necessari, non si lascia abbindolare dalla falsità delle parole. E’ primitiva, esprime la sofferenza, l’angoscia, l’impotenza, l’umiliazione. Spesso si stanca di aspettare e allora si ritrae. Si blocca per educazione. Ma quando la si umilia, quando la si accusa ingiustamente delle incapacità, delle falsità altrui, lei si incazza, molto. In quel momento ho trovato “la nota”, un grido, un unico potente grido, pronto a rivendicare la mia presenza, il mio essere, i miei sentimenti calpestati. E insieme a lei sono usciti il rancore, il rimorso, la delusione profonda e incontenibile, di fronte alla pochezza dell’altro. La benda cade. La rabbia sgorga. Esce, esce all’improvviso. Sembra dirti “perché mi hai messa a tacere? per chi? per cosa? Mi hai lasciata crescere dentro, come un bubbone doloroso. Ed ora eccomi, ci sono, ci sei, anche questa sei tu. E non per questo ti amerai di meno, anzi, ti chiederai perché non averlo fatto prima.” 

La sensazione che ha accompagnato il dopo è stato un senso di smarrimento, di affanno nel respiro. Come quando si arriva sulla vetta della montagna, e l’ossigeno entra a fatica nei polmoni. Ma tu sai che hai fatto la cosa giusta. Che quel valico andava scavallato. La salita è compiuta. Ora non puoi che riprendere a scendere, lentamente, dando nuovamente il giusto ritmo al respiro.

 

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Informazioni su lacantatricecalva

Se non fossi come sono, mai avrei iniziato a scrivere un blog e mi sarei persa un sacco di cose. Tipo.. ma che cos'è un Gravatar?! Bene se non ho fatto casini, almeno ad una cosa aprire un blog è servito.
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Una risposta a LA RABBIA

  1. Marco ha detto:

    Lasciarsi andare…lasciar andare…abbandonare il superfluo…

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