I NOSTRI RAGAZZI

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Quante volte di fronte a fatti di cronaca ci siamo detti “a me non accadrà mai”. Quante volte ci siamo sentiti giudicanti di fronte ad un fatto, che ci ha disturbato emotivamente e ci ha messo nella condizione di giudicare,  perché ritenuto senza alcuna possibile attenuante.  Ognuno di noi ha dei principi, dei valori, dei sentimenti che siamo pronti a difendere con forza. Siamo profondamente convinti,  che le persone che ci sono più vicine non possano essere troppo distanti da ciò in cui crediamo e che nulla e nessuno potrà mai portarle a commettere un crimine,  che ai nostri occhi possa apparire aberrante e indifendibile. Ma se improvvisamente un giorno scopriste casualmente, accidentalmente, che proprio la persona a voi più cara, abbia commesso uno dei crimini più brutali? Qualcosa che la vostra mente rinnega e di fronte alla quale la vostra coscienza urla, cosa fareste? Perché nel film questo accade. Un figlio commette un crimine, brutale, inaccettabile, ignobile. Anzi i figli sono due, due adolescenti, cugini. La madre del ragazzo, nega, appellandosi al proprio inconscio, mettendo a tacere tutti i dubbi per ammettere con forza a se stessa , che proprio non può essere andata così. Voi sareste capaci  di guardare in faccia la realtà, di  immergervi nel dolore, o preferireste negare tutto, passandovi sopra un colpo di spugna per continuare a vivere? I protagonisti ci propongono situazioni e soluzioni diverse. Ognuna a suo modo dolorosa. E il dolore sovrasta anche chi guarda, perché l’immagine che vi siete fatta dei  personaggi coinvolti, viene stravolta dagli eventi. E allora anche voi potreste avere la sensazione di esservi sbagliati, e vi sentireste confusi nell’aver giudicato per stereotipi. I protagonisti vi trasmetteranno il dolore, ma soprattutto la paura del fallimento. Dover ammettere a se stessi che non conosciamo chi abbiamo vicino e che abbiamo avuto solo la presunzione di conoscerlo, perché non abbiamo saputo tener conto dei tanti avvertimenti di disagio, di allontanamento non è facile da  accettare. Perché relazionarci con chi amiamo, vuole dire anche assumersi la responsabilità di essere presenti, senza passiva condiscendenza per non affrontare la realtà. Vuol dire saper leggere i piccoli dettagli che richiamano e richiedono la nostra presenza. Vuol dire non abbassare lo sguardo quando si percepisce che qualcosa non va, esorcizzando i dubbi, le paure, i sospetti, nascondendosi dietro un reality in cui scorrono le immagini e le storie di altri, semplicemente dicendoci  appartengono ad altri e non a me. Non si possono esorcizzare le proprie paure osservando i fallimenti altrui, perché il coraggio viene a mancare proprio quando dobbiamo dichiarare il nostro fallimento ed è terribile. Dopo aver visto questa storia che scorreva sullo schermo, in cui non potevo fare a meno di sentirmi partecipe con i protagonisti, sia i genitori che i ragazzi  mi sono chiesta “e io?”. Sono capace di ascoltare il dolore, il disagio che mi viene comunicato senza parole? Sarei capace di sostenere il senso di fallimento se  si presentasse così prepotente e inatteso? E sarei capace di guardare in faccia la realtà, assumendomene la responsabilità,  se ciò comportasse un dolore enorme e il risentimento di chi mi sta a fianco, anche se fosse l’unico modo per  salvarlo da se stesso? Quei ragazzi che avevano vissuto tutto senza coscienza, senza consapevolezza, come se fosse l’ennesimo video carico di violenza che scorreva sul monitor del loro computer, appartengono solo alle imamgini di uno schermo, che rende sempre tutto così irreale e lontano?

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Informazioni su lacantatricecalva

Se non fossi come sono, mai avrei iniziato a scrivere un blog e mi sarei persa un sacco di cose. Tipo.. ma che cos'è un Gravatar?! Bene se non ho fatto casini, almeno ad una cosa aprire un blog è servito.
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